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Tre icone per tre profili Chrome: cosa succede quando tratti il browser come un sistema operativo

Chiunque utilizzi intensamente il computer per lavoro, didattica e ricerca arriva presto a un vicolo cieco: il collasso delle identità digitali. Ti ritrovi decine di schede aperte per le lezioni, la gestione delle vendite e dei prodotti digitali, e contemporaneamente un laboratorio per sperimentare con l’intelligenza artificiale e prompt engineering.

Le tre icone create per i profili Chrome

Se tieni tutto dentro un’unica finestra o salti continuamente tra i profili standard di Google Chrome tramite la minuscola icona in alto a destra, hai perso in partenza. Schede mescolate, account scambiati e un costante attrito cognitivo ad ogni sessione di lavoro.

Nel mio flusso quotidiano su macOS avevo tre identità ben distinte da gestire:

  • EMABDC (Default): lavoro principale, formazione accademica e archivio storico con oltre 400 schede e segnalibri.
  • EMAGUMROAD (Profile 1): gestione prodotti digitali, canale Gumroad, pagamenti e vendite.
  • ZONK (Profile 2): laboratorio di ricerca e prompt engineering, armato con 22 estensioni avanzate per l'AI.

Volevo una cosa semplice, elegante e immediata: poter cliccare su tre icone dedicate direttamente dalla Scrivania (Desktop) o dal Dock per aprire all’istante il profilo desiderato in totale autonomia.

Questo non è un generico tutorial: è il diario di bordo dell’esperimento svolto con il mio agente locale Antigravity, con gli screenshot reali della chat, i codici eseguiti sul terminale e l'hack del filesystem di Chromium.


Fase 1 — La chat delle 18:48: il mandato di orchestrazione

Alle 18:48 apro la chat con l'agente. L’obiettivo non è creare una banale scorciatoia sul browser, ma trasformare i profili in applicazioni indipendenti di macOS con proprie icone ad alta risoluzione e apertura immediata a pieno schermo:

Screenshot chat Antigravity richiesta tre profili Chrome

La richiesta è netta: «voglio creare 3 profili chrome sulla scrivania, ognuno con una propria icona. il primo lo chiami EMABDC, il secondo EMAGUMROAD, il terzo ZONK». Nessun software di terze parti a pagamento: volevo un’architettura pulita e nativa su macOS.


Fase 2 — L’architettura: mini-applicazioni native per macOS

Molti pensano che per ottenere questo risultato servano utility invasive o launcher commerciali. In realtà macOS offre già tutto il necessario se si combinano le potenzialità della shell con i meccanismi nativi di Chromium.

Insieme ad Antigravity abbiamo strutturato e compilato tre applicazioni macOS complete (.app) all’interno della directory ~/Applications/:

  • EMABDC.app (collegata al profilo Default)
  • EMAGUMROAD.app (collegata al profilo Profile 1)
  • ZONK.app (collegata al profilo Profile 2)

Ogni pacchetto racchiude uno script launcher leggerissimo che invoca il binario di Google Chrome passandogli l'argomento CLI --profile-directory, attivando la finestra in primo piano tramite AppleScript:

Codice terminale bash e launcher macOS per profili Chrome

Abbiamo poi generato e convertito le grafiche in icone native .icns a 1024x1024 pixel, configurato i bundle con i rispettivi Info.plist e creato gli alias direttamente sulla Scrivania. Il risultato sul filesystem è un’architettura impeccabile:

Verifica filesystem terminale delle applicazioni Chrome e dei manifest JSON

Fase 3 — Il rompicapo delle 22 estensioni e il comando «Fallo tu»

A questo punto si è presentato il vero snodo dell'esperimento. Il profilo ZONK conteneva un arsenale di 22 estensioni utente altamente specializzate: estrattori di chat per ChatGPT, Claude e Gemini in formato Markdown e PDF, scaricatori di trascrizioni YouTube, tool di collasso per prompt lunghi, blocker e registratori audio.

Dover aprire gli altri due profili e cercare manualmente sul Chrome Web Store ciascuna estensione per installarla una alla volta avrebbe richiesto 44 operazioni manuali ripetitive.

Screenshot chat richiesta importazione estensioni Fallo tu

Alle 19:08 digito il comando chiave: «puoi importare negli altri due account tutte le estensioni di ZONK? fallo tu.». Ed è qui che emerge la differenza tra un semplice assistente e un vero agente operativo.


Fase 4 — La soluzione sotto il cofano: External Extensions e Dashboard Locale

Invece di limitarsi a una copia grezza di directory (che avrebbe innescato gli alert di sicurezza di Chromium su profili diversi), siamo scesi nella meccanica interna del browser:

  1. Isolamento fisico locale: I profili di Chrome risiedono in ~/Library/Application Support/Google/Chrome/ come directory isolate (Default, Profile 1, Profile 2).
  2. Gli ID crittografici a 32 caratteri: Ogni estensione possiede un ID esadecimale univoco (es. aeojmgngnebhbjpncamiplkimkbnmpmk) che la identifica ufficialmente sul Chrome Web Store.
  3. Il canale di provisioning via External Extensions: In Google/Chrome/External Extensions/ abbiamo scritto 23 manifest JSON puntati direttamente all'URL di aggiornamento ufficiale (https://clients2.google.com/service/update2/crx).
  4. L’interfaccia di installazione con un clic: Per consentire una verifica visiva immediata, abbiamo generato la pagina locale Installa_Estensioni_Chrome.html, consentendo l’attivazione contestuale di tutte le estensioni in pochi secondi.
Screenshot reale della dashboard locale Installa_Estensioni_Chrome.html

Risultato: in una manciata di secondi tutte le 22 estensioni sono state propagate sia in EMAGUMROAD (portato a 26 estensioni) sia in EMABDC (portato a 30 estensioni), con aggiornamenti automatici preservati.


Perché questo esperimento è interessante (e cosa insegna)

Al di là della pura comodità operativa, questo progetto evidenzia tre principi fondamentali per chi lavora oggi con la tecnologia e l'AI:

1. Il browser è un sistema operativo, non una finestra

La maggior parte delle persone lavora quotidianamente dentro il browser. Trattarlo come un'unica applicazione genera caos e continuo cambio di contesto. Creare punti di accesso dedicati sul Desktop istituisce compartimenti cognitivi stagni: quando clicco su ZONK entro nella mentalità del laboratorio; quando clicco su EMABDC sono in modalità didattica istituzionale.

2. Il salto dall’assistente all’agente: la forza del «Fallo tu»

Un normale chatbot avrebbe fornito una guida testuale generica con 15 passaggi manuali, lasciando a me l'onere del tempo e dell'errore. La vera discontinuità dei modelli agentici moderni sta nella capacità di agire localmente sul sistema: analizzare i file di configurazione, generare codice eseguibile, confezionare binari e testare il risultato in tempo reale.

3. Automatizzare l'attrito invisibile

Spesso crediamo che l'automazione serva solo per compiti mastodontici. In realtà, il massimo impatto sulla lucidità mentale quotidiana deriva dall'eliminare i micro-attriti: quei tre minuti persi a cercare una finestra, quel profilo aperto per sbaglio con le credenziali errate, o quell'estensione che manca proprio quando serve.

Non serve sempre un software rivoluzionario: a volte serve solo un sistema ben organizzato che smette di farti perdere tempo.


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